Povertà alimentare: in Italia una famiglia su dieci sacrifica la qualità della dieta
Notizia relativa a Italia, pubblicata il 19/12/2025 13:00.
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Mentre la cucina italiana diventa un patrimonio immateriale dell’umanità riconosciuto dall’Unesco , nel nostro Paese più di una famiglia su dieci riduce la qualità della propria dieta per ragioni economiche.
È quello che emerge da una ricerca dell’ Osservatorio Insicurezza e Povertà Alimentare (OIPA) in collaborazione con Istat e la Fao. Lo studio, presentato il 18 dicembre a Roma e intitolato “Povertà e insicurezza alimentare in Italia”, mette in luce le difficoltà di una fascia considerevole della popolazione ad avere accesso a un’alimentazione sana ed equilibrata.
A livello globale la situazione è peggiorata dopo la pandemia. Nel 2020 le difficoltà nel garantire un’alimentazione adeguata sono aumentate e non sono più tornate ai livelli pre Covid. Secondo la Fao, nel 2024 quasi un terzo della popolazione mondiale, circa 2,3 miliardi di persone, ha vissuto condizioni moderate o gravi di insicurezza alimentare, ossia non ha avuto accesso regolare a cibo sufficiente e nutriente.
Il disagio alimentare riguarda anche le economie più avanzate. Lo scorso anno, in Europa e Nord America, 92 milioni di cittadini – l’8,1% della popolazione – hanno avuto problemi significativi nell’accesso al cibo.
Numeri che incidono sulla vita quotidiana. Basti pensare che, secondo Eurostat, nel 2023 quasi un europeo su dieci non ha potuto permettersi un pasto proteico ogni due giorni. Le stime Fao mostrano anche un divario di genere: nell’Europa nord-occidentale le donne risultano meno esposte a problemi di accesso al cibo rispetto agli uomini, mentre nel sud e nell’est del continente è vero il contrario.
Nella prefazione del rapporto, il vicedirettore generale della Fao, Maurizio Martina, richiama l’attenzione sui dati della povertà in Italia: 5,6 milioni di persone in povertà assoluta e oltre due milioni di famiglie prive delle risorse necessarie per una vita dignitosa.
Di fronte a questi numeri, non stupisce che l’8,4% degli abitanti del nostro Paese viva in condizioni di deprivazione alimentare. Quasi cinque milioni di persone dichiarano di non potersi permettere un pasto a base di carne, pesce o un equivalente vegetariano nemmeno una volta ogni due giorni.
Questa condizione presenta forti differenze a seconda del territorio. Nel Mezzogiorno la quota di persone colpite da insicurezza alimentare sale al 12,2%, al Centro si attesta intorno all’8,8% mentre il Nord si posiziona sotto la media nazionale con il 5,6%.
Per affrontare queste difficoltà, sempre più persone ricorrono agli aiuti alimentari. Nel 2023 i Banchi Alimentari hanno distribuito 119.000 tonnellate di cibo in tutto il Paese e circa 3 milioni di cittadini hanno ricevuto aiuti tramite il Fondo di Aiuti Europei agli Indigenti.
Anche nel sistema di assistenza, tuttavia, non mancano i problemi. Circa la metà delle persone in povertà assoluta non riceve alcun aiuto alimentare, e a volte il cibo raccolto non è adeguato. L’analisi nutrizionale degli aiuti distribuiti, infatti, rivela gravi carenze: spesso abbondano proteine animali, dolci e snack, mentre sono quasi assenti cereali integrali, frutta e verdura fresca.
L’identikit delle persone in difficoltà mostra una prevalenza delle fasce sociali e d’età più fragili: tra il 2020 e il 2023 i beneficiari di aiuti alimentari sono cresciuti del 10% in generale, ma con picchi del 33% tra i minori, del 40% tra gli anziani e del 26% tra i migranti.
La Fao segnala che una dieta sana e bilanciata può costare fino al 60% in più rispetto a una a base di cibo ultra processato. Un divario economico che alcuni definiscono food insecurity premium, ovvero un sovrapprezzo eccessivo per le persone in condizioni di vulnerabilità socio-economica, che per questo motivo non riescono ad accedere a un regime alimentare adeguato.
In Italia, tra il 2018 e il 2023, il costo della dieta raccomandata, che privilegia il consumo di frutta, verdura, oli e grassi vegetali, è aumentato del 24%, passando da 1.690 a 2.130 euro annui. Anche in questo caso, il divario territoriale è evidente: il Sud è in testa alla classifica delle aree più colpite dall’incremento dei prezzi per gli alimenti “sani”, con un + 27%. Un dato che incide ancora di più su un territorio in cui il reddito è sotto alla media nazionale.
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Fonte principale: IlSole24OreLocal