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Giulio Deangeli, l’italiano che insegna al silicio a fare una diagnosi

6 dicembre 2025 di
Giulio Deangeli, l’italiano che insegna al silicio a fare una diagnosi
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Giulio Deangeli, l’italiano che insegna al silicio a fare una diagnosi

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Notizia relativa a Italia, pubblicata il 06/12/2025 13:00.

A Boston, nel cuore del biotech mondiale, c’è un laboratorio pieno di scienziati imprenditori, dove al terzo piano si coltivano batteri e in cantina ci sono i quantum computer. È qui che Giulio Deangeli, 30 anni, partito da Este, passato per Pisa, Harvard e Cambridge, ricercatore in neuroscienze cliniche e computazionali insegna a un pezzo di silicio a fare una diagnosi. Sta sviluppando una tecnologia capace di identificare un’infezione in cinque minuti e di dire, in due ore, a quali antibiotici quella infezione è resistente. Un cambiamento che potrebbe rivoluzionare la medicina . L’antibiotico-resistenza è, e sarà sempre più, una delle prime cause di morte al mondo.

La sua storia, nel 2020, fece il giro del mondo: è il ragazzo delle cinque lauree conseguite in parallelo in Italia . Medicina, Biotecnologia, Ingegneria, Biotecnologia molecolare. Più un diploma d’eccellenza della scuola sant’Anna di Pisa in scienze mediche. Ha sostenuto 150 esami, 1 esame a settimana, media del trenta. Ha ideato un metodo per studiare basato sulle neuroscienze e ha vinto numerose borse di studio. A 23 anni, è stato anche il primo italiano a vincere la borsa di studio Harvard Hip. E se gli chiedi: ma come fai? ti risponde: «Studiare è un’attività meravigliosa e ti dà superpoteri».

Dopo le lauree, Deangeli parte per un dottorato a Cambridge , in malattie neurodegenerative. Che restano tuttora uno dei suoi focus di ricerca. Lavora con Maria Grazia Spillantini, la biologa italiana che nel 1997 ha scoperto l’alfa-sinucleina , la proteina del Parkinson. È lei a presentargli Pietro Liò, tra i massimi esperti mondiali di intelligenza artificiale applicata alla biologia, pioniere dell’architettura degli LLM e delle Graph Neural Networks. «Sono stati quattro anni meravigliosi. Grazie ai miei supervisor ho trovato la mia nicchia: usare l’AI applicata alla biologia molecolare, ai meccanismi di malattia . Sviluppa algoritmi per individuare nuovi bersagli molecolari e nuovi meccanismi. In ultima analisi, per fare drug discovery delle malattie neurogenerative e non solo. «L’AI aiuta a individuare il gene e perfino a individuare il farmaco. Ma da lì in poi servono risorse enormi e tempi tecnici per arrivare al letto del paziente. È una limitazione regolatoria, non tecnologica».

Nei quattro anni di Cambridge, Giulio cerca le domande essenziali. Per fare una battuta mi dice: «Ho passato tre anni e mezzo a cercare la domanda giusta, e mezzo anno a trovare una soluzione».

Intanto frequenta la Judge Business School di Cambridge ed è in questo periodo che nasce l’ idea della sua startup . Si chiama Oxbridge Clinical e prende forma proprio fra le sale del Fitzwilliam Museum di Cambridge. «Un giorno Cristiano Peron, un vecchio amico che avevo conosciuto ad Harvard durante un bio hackaton, è venuto a trovarmi a Cambridge con altri amici. Siamo andati a visitare il Fitzwilliam Museum ma mentre gli altri guardavano i quadri, noi due da veri maleducati, abbiamo finito per parlare di scienza tutto il giorno. Gli ho proposto: e se usassimo i nanopori per riconoscere i microrganismi? Che ne pensi? Ero convinto che mi avrebbe detto “è una cavolata”». Invece funziona anche per Peron. «L’idea è usare un sensore che fa una profilazione elettrica dei microrganismi presenti nel campione, e lasciare che sia il machine learning a fare la parte intelligente: capire cosa c’è dentro, che microbo è la quantificazione. Il vantaggio strategico è che diversamente da tutte le altre metodologie non ha bisogno di reagenti molecolari. In pratica insegniamo a un pezzo di silicio a fare la diagnostica . Tecnica low cost e che può scalare e avere un impatto anche nel Sud globale».

I due decidono di partire e si trasferiscono a Boston per farcela. Cristiano era a Oxford, Giulio a Cambridge: da qui il nome “Oxbridge” Clinical. A loro si è aggiunto un terzo founder, Fidelius von Rehlingen-Prinz, chirurgo, con la triade MD, PhD, MBA.

Il problema da cui tutto parte è semplice. «Metà dei pazienti va dal medico di famiglia per infezioni respiratorie. Più della metà sono virali, ma quasi tutti tornano a casa con un antibiotico ad ampio spettro. Tre quarti delle terapie sono sbagliate , nel senso che non coprono il microorganismo di quel paziente. E non perché manchino i farmaci o perché i nostri medici non sono capaci: è un problema diagnostico. Non abbiamo strumenti rapidi per stabilire qual è il microbo. Abbiamo terapie specifiche per quasi tutto: batteri, virus, funghi, ma non sappiamo a chi darle».

La startup ha già raccolto più di cinque milioni di dollari, è valutata 22,5 milioni ed è sostenuta da un finanziatore italiano che ha subito creduto nel progetto, da un fondo specializzato in biotecnologie disruptive e da una fondazione americana, molto attenta a progetti che abbiano un impatto umanitario globale (Giulio preferisce non citare i nomi).

Prevedono di effettuare il pre-trial in Italia entro la primavera. «Raccogliere capitali in Italia è mediamente molto difficile» racconta Giulio. «Ci sono rarissimi investitori “illuminati”. Ma la propensione al rischio, e la lungimiranza di capire se una tecnologia può cambiare il mondo, sono caratteristiche molto americane. In Italia si preferiscono di solito progetti meno ambiziosi, ma più sicuri»

Figlio unico di Este, mamma professoressa di inglese, papà veterinario. Ogni estate della sua adolescenza Giulio l’ha passata a studiare all’estero: Australia, Nuova Zelanda, USA, Canada, Germania, UK, Francia. A 10 anni impara a programmare . A 18 anni, rappresenta l'Italia al campionato mondiale di Neuroscienze, e conquista il secondo posto. Oggi la sua vita a Boston scorre tra The Engine, l’incubatore del MIT e il 36esimo piano del loro appartamento, dove Giulio ha trasformato la cabina armadio in un bunker che implementa tutte le best practice per la qualità del sonno. «Il sonno è estremamente importante per la salute, e molto sottovalutato. Ha una dimensione dell’effetto incredibile su molte malattie fra cui cardiovascolari, neurologiche ed endocrine, e anche (e specialmente) sulla memoria. Nel sonno, ognuno di noi è sensibile a cose diverse (per esempio io sono sensibile alla luce), è fondamentale dormire bene per performare e vivere bene».

Di sera, Giulio studia la teoria matematica dei numeri primi come detox «È il mio modo per staccare: mezz’ora di matematica pura tutte le sere e la mente si rilassa ». È appassionato di storia della musica, di aerei. È entrato nella classifica di Forbes Nord America, tra i giovani under 30 che stanno cambiando il mondo. Unico italiano. Viene in Italia una volta al mese e sta cercando di spiegare alle aziende come affrontare il grande tema dell’intelligenza artificiale. «Negli ultimi anni mi hanno chiamato in moltissimi per keynote e consulenze: Ho visto aziende che stavano per pagare software milioni di euro per funzioni che ne valgono cinquantamila. O realtà che, non avendo competenze interne, vengono letteralmente spolpate da chi customizza soluzioni a prezzi gonfiati di dieci, venti volte. E ancora: la frase più frequente che ho sentito dire dai manager è “ho provato con ChatGPT e non funziona”, mentre invece bisogna usare il tool giusto per ogni specifico problema».

Per questo due anni fa ha messo insieme un piccolo gruppo di esperti (si chiama Cognitex), che oggi fa da advisor e implementazione alle imprese che vogliono orientarsi in un mercato che cambia velocissimo. «Stare al passo con tutte le architetture che vengono presentate è un mestiere full time. Non basta essere ingegneri: servono persone che seguano quotidianamente cosa esce e capiscano come funzionano».

Deangeli è anche un public speaker professionista . Parla in numerosi eventi, americani e italiani. Quando l’ho intervistato, qualche giorno fa si trovava a Boston, ieri invece era a Firenze per uno speech. «Per massimizzare la mia performance ascolto Vivaldi poco prima di salire sul palco . Dal punto di vista neurologico, ascoltare musica fa rilasciare dopamina e migliora la performance di un public speaker»

E a soli 30 anni già pensa al give back. Dal 2017 ha lanciato una fondazione in Italia e proprio in questi giorni sta avviando un nuovo programma : cerca 50 ragazzi dai 16 ai 35 anni per cambiare loro la vita. «Si chiama Gathere: cerchiamo talenti per aiutarli a realizzare i loro sogni e accompagnarli attraverso traguardi accademici e professionali di eccellenza. Il bando è pubblico. Ogni partecipante sarà seguito da un team interdisciplinare che ha frequentate le migliori università al mondo. Ci si può candidare fino al 31 dicembre 2025»

Per il suo impegno nella ricerca, nel volontariato e per il ruolo svolto nell'aggiornare la legge sulla doppia laurea, su richiesta del Lions Club di Empoli, il Lions Club International gli ha attribuito la Melvin Jones Fellowship, il massimo riconoscimento lionistico.

Si definisce un ragazzo normale, si tiene in forma camminando e in bicicletta. E ai tanti che gli dicono sei un genio, risponde: «La teoria attuale dell’intelligenza è quella delle intelligenze multiple di Gardner: sostiene che esistono diversi tipi di intelligenza, creativa, linguistica, matematica, spaziale, che sono indipendenti fra loro . Puoi essere molto bravo in uno e pessimo negli altri. Io sono pessimo in tutto ciò che è “chit-chat”, parlare senza un obiettivo. E sono convinto che il successo di una persona nella vita dipenda quasi esclusivamente anche da altri fattori ambientali e che si possono imparare».

«Molti dei progetti che ho portato avanti mi hanno davvero divertito più di quanto avrei immaginato» racconta. « L’aspetto creativo risuona molto con il mio carattere ». Poi si ferma, come per mettere ordine. «Ho imparato che fare qualcosa di estremamente avanzato di per sé è relativamente facile. Così come è relativamente facile fare qualcosa di utile. La parte difficile è fare qualcosa che sia entrambe le cose contemporaneamente. E per questo serve avere competenze diverse, mondi che si parlano»

Un consiglio ai più giovani? « Mi piace la ridondanza, fare più cose contemporaneamente . Primo perché è divertente ed è impossibile annoiarsi. Secondo per peace of mind. E se qualcosa va male, ti salvi sempre, perché hai altro» I periodi più difficili, dice, sono stati quelli in cui faceva una cosa sola. «Quando ero al secondo anno e studiavo solo medicina l’ho vissuta peggio di quando facevo i cinque percorsi insieme. Paradossalmente ero più produttivo».

Tornerai in Italia? Sorride. «Prossima domanda?» e poi aggiunge. «La verità è che non escludo di tornare in Italia, anche se non a breve termine . Chi fa ricerca, per definizione, è cittadino del mondo, e deve “sporcarsi le mani” con tanti progetti, contaminarsi, frequentare ambienti internazionali… Se fai inbreeding, cioè se rimani fermo nello stesso posto senza esporti ad altri mondi, fai male il tuo lavoro»

Fonte principale: Repubblica Ita Local

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