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Censis: per il 30% degli italiani i regimi autocratici sono più adatti a governare oggi

5 dicembre 2025 di
Censis: per il 30% degli italiani i regimi autocratici sono più adatti a governare oggi
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Censis: per il 30% degli italiani i regimi autocratici sono più adatti a governare oggi

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Notizia relativa a Italia, pubblicata il 06/12/2025 13:00.

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«Ci siamo inoltrati in un’età selvaggia, del ferro e del fuoco, di predatori e di prede. E il grande gioco politico cambia le sue regole, privilegiando ora la sfida, ora la prevaricazione illimitata. Perciò il 62% degli italiani ritiene che l’Unione europea non abbia un ruolo decisivo nelle partite globali. Il 53% crede che sia destinata alla marginalità in un mondo in cui vincono la forza e l’aggressività, anziché il diritto e l’autorità degli organismi internazionali. Per il 74% l’american way of life non è più un modello socio-culturale, un tempo da imitare e oggi irriconoscibile. Moriremo post-americani? Il 55% è convinto che la spinta del progresso in Occidente si sia esaurita e adesso appartenga a Cina e India. Il 39% ritiene che le controversie tra le grandi potenze si risolvano ormai mediante i conflitti armati, i cui esiti fisseranno i confini del nuovo ordine mondiale». E infine: «Il 30% condivide una convinzione inaudita: le autocrazie sono più adatte allo spirito dei tempi». La fotografia che viene fuori dal 59esimo rapporto Censis, pubblicato venerdì 5 dicembre, fa come al solito riflettere. Il report è una sorta di bussola che aiuta a delineare le caratteristiche degli italiani nella fase attuale, caratterizzata da minacce alla sicurezza, a cominciare dalle crisi internazionali in Ucraina e Medio Oriente, e da sfide sempre più complesse.

Rispetto alla situazione dei conti pubblici, «non siamo più l’unico malato d’Europa. Si annuncia uno shock per le finanze pubbliche europee analogo a quello vissuto durante l’emergenza sanitaria. L’ingente debito e la bassa crescita, legata all’invecchiamento e alla riduzione della popolazione attiva, congiurano per un inevitabile ridimensionamento del welfare», viene messo in evidenza dal Censis, che segnala il debito italiano record e l’enorme spesa per interessi (che «superano la spesa per i servizi ospedalieri e l’intero valore degli investimenti pubblici e ammontano a più di 10 volte quanto l’Italia spende in un anno per la protezione dell’ambiente». Di qui la conclusione del ragionamento: «Senza welfare le società diventano incubatori di aggressività e senza pace sociale le democrazie vacillano. Per l’81% degli italiani è ora di punire i giganti del web che sfuggono alla tassazione».

L’indice della produzione industriale è stato negativo per trentadue mesi consecutivi con l’eccezione di tre timidi rimbalzi. In particolare, la produzione manifatturiera è arretrata nel 2023 (-1,6%), nel 2024 (-4,3%) e anche nei primi nove mesi di quest’anno (-1,2%). Il lungo autunno industriale scivolerà nel gelido inverno della deindustrializzazione? Tra i comparti in maggiore sofferenza, quali rischiano di scomparire per sempre? Nel 2024 solo l’alimentare ha registrato un incremento della produzione: +1,9%. Il tessile e abbigliamento è calato dell’11,8%, i mezzi di trasporto del 10,6%, la meccanica del 6,4%, la metallurgia del 4,7%, la farmaceu-tica dell’1,7%. Solo quattro comparti (elettronica, alimentare, farmaceutica, legno e carta) mostrano segnali di recupero nel 2025. Contestualmente, nei primi nove mesi dell’anno la fabbricazione di armi e munizioni registra un incremento del 31,0% rispetto all’anno scorso.

Il 78,5% degli italiani teme che, se si trovasse in condizione di non autosufficienza, non potrebbe contare su servizi sanitari e assistenziali adeguati. Lo stesso vale per i rischi ambientali: il 72,3% crede che, in caso di eventi atmosferici estremi o catastrofi naturali, gli aiuti finanziari dello Stato sarebbero insufficienti. Di conseguenza, riferisce il rapporto Censis, il 54,7% si dichiara disposto a destinare fino a 70 euro al mese per tutelarsi dal rischio di non autosufficienza, dai danni legati al cambiamento climatico o da altri eventi avversi. Il 52,3% ritiene di poter ristrutturare i propri consumi, riducendo alcune spese per destinare quanto risparmiato all’acquisto di strumenti assicurativi (vita, salute, non autosufficienza). La disponibilità, tuttavia, non si traduce in comportamenti concreti: il 70,0% degli italiani non sta facendo nulla sul piano finanziario o assicurativo per tutelarsi in caso di non autosufficienza. Solo il 10,7% si dice pronto a ricorrere a polizze assicurative per affrontare questa eventualità. La maggioranza sceglie soluzioni alternative: il 37,2% si limita a dire che ci penserà se e quando accadrà, il 34,5% ricorrerà ai risparmi, il 22,0% conterà sul welfare pubblico, il 19,9% sull’aiuto dei familiari, il 14,7% su amici e volontari.

Il 43,2% dei pensionati garantisce regolarmente aiuti economici a figli, nipoti o parenti. Il 61,8% ha versato (o ha intenzione di farlo in futuro) un contributo economico a figli o nipoti per sostenere spese importanti, come l’anticipo per l’acquisto della casa. D’altra parte, il 54,2% degli italiani ritiene giusto indicizzare all’inflazione anche le pensioni di valore superiore ai 2.500 euro lordi: idea che riflette la consapevolezza che le pensioni non sono rendite eccesive, perché danno supporto anche a figli e nipoti. I longevi italiani appaiono sobri nella gestione delle risorse: il 94,2% è cauto nelle spese e tende a risparmiare per affrontare eventuali malattie o condizioni di non autosufficienza, l’89,7% si dichiara attento nella gestione dei propri risparmi a causa della persistente incertezza economica, l’82,2% esercita un controllo accurato e costante del bilancio familiare, monitorando le entrate e le uscite. Si registra inoltre la disponibilità di molti anziani a restare attivi anche dopo il pensionamento: il 72,6% degli attuali pensionati vorrebbe poter continuare a lavorare, ma senza penalizzazioni fiscali.

«Siamo inclini a guardare con favore i residenti stranieri quando sono impiegati in lavori faticosi e poco qualificati, o nei servizi familiari, quando accudiscono gli anziani e i bambini, ma non siamo propensi a credere che possano godere dei medesimi diritti di cittadinanza degli italiani autoctoni», sottolinea il report. Il 63% degli italiani pensa che i flussi in ingresso degli immigrati vadano limitati, il 59% è convinto che un quartiere si degrada quando sono presenti tanti immigrati, il 54% percepisce gli stranieri come un pericolo per l’identità e la cultura nazionali, solo il 37% consentirebbe l’accesso ai concorsi pubblici a chi non possiede la cittadinanza italiana e solo il 38% è favorevole a concedere agli stranieri il voto alle elezioni amministrative.

Tra le insidie e le minacce ai fondamentali del tradizionale modello di sviluppo italiano pesano anche i fattori endogeni. La regressione demografica, con il progressivo invecchiamento della popolazione e i tassi di natalità in caduta libera, provoca l’arresto dei processi di proliferazione delle piccole imprese. In vent’anni (2004-2024) il numero dei titolari d’impresa si è assottiglia-to da oltre 3,4 milioni a poco più di 2,8 milioni: -17,0% (quasi 585.000 in meno). I giovani imprenditori con meno di 30 anni sono diminuiti nello stesso periodo del 46,2% (quasi 132.000 in meno). E se il reddito delle piccole imprese (fino a 5 addetti) corrispondeva al 17,8% del Pil nel 2004, e poi era sceso al 15,7% nel 2014, nel 2024 si è ridotto al 14,0%. Si indebolisce anche l’altro pilastro: il lavoro. Nel 2024 il valore reale delle retribuzioni risulta inferiore dell’8,7% rispetto al 2007. Nello stesso periodo il potere d’acquisto pro capite ha subito un taglio del 6,1%, nonostante il recente parziale recupero (+2,0% tra il 2022 e il 2024). Così il ceto medio vive in uno stato febbrile: nella stagnazione o, peggio ancora, rischia di perdere lo status conquistato nel tempo.

Il nesso tra formazione e prospettive per il futuro è stretto. Il 28,3% dei giovani di 16-19 anni ritiene che la scuola non li prepari adeguatamente al futuro (il dato sale al 32,7% tra i 18-19enni). Sette su dieci esprimono invece un giudizio positivo, riconoscendo alla scuola una preparazione sufficiente (53,3%) o adeguata (18,4%) alle sfide che dovranno affrontare. Il 74,6% dei ragazzi insoddisfatti pensa che la vita vera sia fuori dalla scuola, il 57,8% non ritiene che la scuola possa aiutarli a capire meglio il mondo, il 53,0% non pensa che la scuola sia una palestra di vita. Così, il 26,1% degli insoddisfatti (contro il 7,6% di chi ritiene che la scuola prepari in modo almeno sufficiente) non pensa che a scuola stia mettendo le basi per il proprio futuro e il 27,2% non crede che studiando possa realizzare i propri obiettivi. Il disorientamento rispetto a un futuro incerto aumenta tra i giovani più critici verso la scuola. Ma molti giovani avanzano proposte. Il 56,1% vorrebbe ricevere dalla scuola indicazioni pratiche su come muoversi nel mondo del lavoro, il 41,9% reclama una didattica innovativa e lezioni più dinamiche, il 31,1% vorrebbe programmi scolastici più attenti alla realtà contemporanea. L’educazione affettiva e sessuale è un bisogno espresso dal 34,7% dei giovani, il 19,0% vorrebbe insegnamenti per imparare a riconoscere le fake news e le truffe online.

Lingue parlate: Italiano, inglese e francese

Argomenti: Politica estera e geopolitica

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Fonte principale: IlSole24OreLocal

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