Cinque soluzioni per non sprecare le eccedenze di cibo non venduto a Natale
Aggiornamento delle ore 22:45.

Notizia relativa a Italia, pubblicata il 16/12/2025 18:17.
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Cinque soluzioni per non sprecare, ma valorizzare, le eccedenze di cibo del mercato natalizio. È l’iniziativa portata avanti da Regardia , player di riferimento in Italia nella circular economy, che opera nel recupero degli ex-prodotti alimentari trasformandoli in risorse utili attraverso processi industriali dedicati.
Tutto parte dal fatto che, dopo il boom di acquisti, una parte di panettoni, cioccolatini, biscotti e snack confezionati rimane invenduta. Una situazione che richiede una soluzione per evitare costi aggiuntivi e sprechi.
Secondo i promotori dell’iniziativa solo nel settore dolciario i prodotti «perfettamente idonei al consumo» che rimangono invenduti, generano costi aggiuntivi per sconti, redistribuzione, smaltimento e logistica, che possono arrivare fino all’1,8% del fatturato. Senza dimenticare poi le immobilizzazioni di capitale e inefficienze operative «che pesano sulla redditività complessiva», oltre all’impatto ambientale legato al consumo di risorse, alle emissioni e alla gestione dei rifiuti.
«Oggi il vero tema non è più se gestire l’invenduto, ma come farlo in modo strategico – sottolinea Paolo Fabbricatore, Group Ceo di Regardia –. Ogni prodotto fermo in magazzino rappresenta un costo finanziario, un rischio operativo e una perdita di valore». Da qui la necessità di trovare una soluzione. « Approcci strutturati permettono di ribaltare questa logica - argomenta -: trasformare l’eccedenza in opportunità concreta genera benefici economici e ambientali lungo tutta la filiera. Ridurre gli sprechi significa intervenire direttamente sui margini, sull’efficienza operativa e sulla solidità del business».
Quindi le soluzioni con i progetti e le iniziative finalizzate alla trasformazione degli ex prodotti alimentari in risorse utili attraverso processi dedicati. «Grazie a questo modello, più di 165.000 tonnellate all’anno di surplus alimentare e concentrato solubile di frumento vengono mediamente preservate nella filiera dei mangimi - sottolineano da Regardia -, evitando lo spreco di risorse ancora valorizzabili. Le eccedenze, anziché essere destinate allo smaltimento, vengono selezionate, trattate e reintrodotte nel ciclo produttivo come materie prime per la mangimistica e come matrici per bioenergie, riducendo il ricorso a risorse vergini e alleggerendo i costi logistici e ambientali dell’invenduto». Con il risultato che le aziende possono ridurre le perdite economiche legate allo stock fermo, limitare i costi di gestione e trasformare un problema operativo in una risorsa gestibile e misurabile.
Le strade suggerite per valorizzare e recuperare il cibo non venduto sono cinque. Una è quella delle donazioni agli enti benefici. Soluzione con un doppio vantaggio: sociale e ambientale dato che si «riducono sprechi e costi di smaltimento. C’è poi la reimmissione sul mercato utilizzando canali alternativi come outlet o promozioni dedicate, «trasformando i prodotti invenduti in vendite aggiuntive senza intaccare il prezzo pieno». Non meno importante la trasformazione in nuovi prodotti o ingredienti secondari. Poi la mangimistica animale con i prodotti dolciari invenduti che vengono selezionati e trasformati in ingredienti sicuri e nutrienti per mangimi, «contribuendo a ridurre i costi delle materie prime e l’impatto ambientale della filiera». Infine la conversione in compost o bioenergie: «gli scarti non utilizzabili a fini alimentari e non declassabili ad uso zootecnico possono essere destinati a produzione di compost o energia rinnovabile, chiudendo il cerchio della circolarità e riducendo l’impatto ambientale complessivo».
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Fonte principale: IlSole24Ore