A&F Live La sfida del welfare. Caritas: “In Italia i poveri assoluti sono soprattutto minori”

Notizia relativa a Italia, pubblicata il 02/12/2025 13:00.
MILANO – Torna a Milano A&F Live con l’ultimo appuntamento dell’anno, quello dedicato al welfare. Un ambito che nel 2024 valeva 669,2 miliardi di euro, il 60,4% della spesa pubblica totale. Nel forum a Palazzo dei Giureconsulti si parla delle sfide, che rispondono a nomi quali demografia e diseguaglianze. E che richiedono risposte molteplici, dal pubblico, dal privato e dalle associazioni.
Forlani (Inapp): “Dobbiamo elevare la qualità dei nostri flussi migratori”
“Oggi il capitale è un software, serve chi lo trasferisca nelle organizzazioni del lavoro e lo utilizzi. L’investimento non è il Pc, ma la testa di chi lo usa: il rapporto tra capitale e lavoro va ribaltato e con la novità dell’Intelligenza artificiale ci ritroviamo in una situazione che non avevamo mai sperimentato. La sfida del futuro è investire non solo in competenze tech, ma anche in capacità umana di governare le tecnologie. Per questo è necessario riorientare i percorsi educativi e formativi: l’Italia è piena ci capitale sotto-utilizzato, interi settori produttivi in cui i lavoratori vengono impiegati al 60% del potenziale”, sprona il presidente Inapp, Forlani. “Anche l’immigrazione è vittima di queste dinamiche. Viene spesso indicata in modo cieco come il fattore che ci deve salvare, ma se il 35% delle persone povere in Italia sono immigrate vuol dire che non tutto sta funzionando come dovrebbe. Dobbiamo elevare la qualità dei nostri flussi”.
Forlani (Inapp): “Dobbiamo cambiare paradigma: la priorità del Paese è ricostruire la popolazione attiva”
“Ricostruire la popolazione attiva” è la priorità dell’Italia, sostiene Natale Forlani (Inapp) intervistato da Maurizio Molinari. “È una tendenza degenerativa: più invecchia la popolazione, più le fragilità del sistema aumentano in maniera spontanea. Ad esempio, i contributi di integrazione alla pensione sono passati da 44 a 90 miliardi all’anno a causa delle rendite pensionistiche molto basse. Più aumenta la quota di pensionati, più l’effetto di trascinamento sarà spontaneo. E chi sta pagando questa operazione? La non autosufficienza, che è completamente scoperta. Dobbiamo cambiare paradigma: da distributivo fine a sé stesso, a uno rigenerativo della popolazione attiva di questo Paese”.
Forlani (Inapp): “Non possiamo restare un Paese benestante con queste dinamiche demografiche e sociali”
Si può rimanere un Paese benestante nonostante l’invecchiamento della popolazione? “Se proiettiamo al futuro le variabili che abbiamo alle spalle, la risposta è no”, incalza il presidente dell’Inapp, Natale Forlani, intervistato da Maurizio Molinari. Con l’invecchiamento, argomenta, “aumentano le persone a carico, diminuisce la ricchezza disponibile, diminuisce la possibilità di utilizzare le tecnologie e con esse uno dei principali fattori che aumentano la produttività: tutte le proiezioni danno una caduta del Prodotto interno lordo”. A complicare il quadro c’è il fatto che nei prossimi dieci anni “si esaurirà il ‘dividendo dei baby-boomer’: la generazione che ha retto l’impianto di prestazioni sociali si sposterà in pochi anni dall’essere produttore-contribuente ad essere a carico”. Nei numeri dell’Inapp, si tratta di 6,1 milioni di persone che usciranno dal mondo del lavoro senza che i giovani disponibili bastino a sostituirli. Un quadro aggravato da alcune criticità evidenziate da Forlani: “Il tasso di occupazione è di nove punti inferiore agli altri Paesi comparabili, significa avere 3 milioni di occupati in meno. Su questa base di svantaggio, aumenta il mismatch: le opportunità di lavoro sono superiori all’offerta disponibile. E non si tratta solo delle fasce ‘poco attrattive’, ma di tutta l’ossatura di mestieri che hanno formato il sistema produttivo italiano: dipendenti e autonomi “competenti””. Per Forlani, a questo punto siamo arrivati non tanto per la “globalizzazione che non ci ha penalizzato, anzi la nostra industria esportatrice – per quanto piccola – dimostra di dare il meglio proprio in questo contesto. I tre milioni di posti di lavoro che ci mancano afferiscono a sanità, lavoro di cura, istruzione e quindi nel pubblico impiego che è trasversale a questi settori”. Eppure, dal 2008 al 2024 la nostra spesa assistenziale trasferita alla Gias (il fondo dell’Inps per gli interventi assistenziali dell’istituto) e quindi sostenuta dalla fiscalità generale è esplosa “da 78 a 180 miliardi”. Ciononostante “abbiamo compiuto un capolavoro, raddoppiando il numero di poveri”. Un problema di distribuzione delle risorse che per il presidente Inapp è bene esemplificato dall’evoluzione dell’Isee: l’indicatore reddituale-patrimoniale in base al quale le famiglie hanno accesso alle prestazioni. Ce l’hanno oltre 30 milioni di persone: “Un intero popolo si è abituato a stare a carico dello Stato. Il risultato è che tutti i provvedimenti introdotti, anziché cogliere il bersaglio, inseguono una pluralità di promesse elettorali che non possono esser soddisfatte”. A furia di “bonus della durata di uno o due anni abbiamo impoverito il ruolo di distribuzione dello Stato: secondo la nostra analisi, il 52% di beneficiari delle prestazioni non dovrebbero partecipare alle misure, mentre il 40% degli aventi diritto non partecipa. Da una parte creiamo povertà, dall’altra alimentiamo una partecipazione opportunistica di milioni di persone alle misure di assistenza. Fenomeni di massa che sottraggono 3 punti di Pil a sanità, lavoro di cura e istruzione. Ambiti, per altro, che consentirebbero di incidere sui territori più in difficoltà e sulla componente di lavoro femminile, che in questi comparti è più forte”.
Meregalli (Pellegrini): “Tempi e liste di attesa i temi critici del Servizio sanitario nazionale”
“Il nostro Sistema sanitario nazionale è considerato un punto di forza del nostro Paese, ma penso anche che l’accesso al servizio sia diventato molto lungo, complicato e sempre più difficile. È un tema di quantità più che di qualità. Otto italiani su dieci quest’anno hanno rinunciato a una cura sanitaria per questo motivo, un dato in crescita rispetto agli ultimi anni. Credo che le liste di attesa e i tempi lunghi per accedere all’Ssn siano il vero tema da affrontare”.
Lo afferma Angelo Meregalli, direttore generale della divisione Welfare Solutions di Pellegrini, durante i lavori di A&F Live welfare in corso a Palazzo dei Giureconsulti e in diretta sul sito di Repubblica.
Migliore: “Non solo Pnrr, nella Pa grande ricambio generazionale”
“Non c’è solo il Pnrr” a trasformare la Pa”, dice Alfonso Migliore, direttore dell’ufficio per l’organizzazione e il lavoro pubblico. “Noi stiamo vivendo una fase di ricambio generazione nella Pa. Lo sblocco del turnover sta portando migliaia di giovani nella Pa”
Vicchiarello: “Con Minerva mappate le competenze nella Pa”
“Il Pnrr ha fatto emergere criticità ma ci ha permesso di investire nella modernizzazione dell’amministrazione. Uno di questi è la piattaforma Minerva: che permette alle amministrazioni di mappare le proprie competenze”, dice Paolo Vicchiarello, Capo Dipartimento dell Funziona pubblica.
Seacombe (Terna): “Contributi previdenziali diversificati per donne e uomini. Un esempio di welfare flessibile”
Per Daniel Thomas Seacombe, Responsabile Compensation, Welfare and Mobility Terna, un pilastro per la soddisfazione dei dipendenti è il concetto di “total reward”: “Non considerare più solo le componenti fisse e variabili del pacchetto retributivo, ma anche il welfare (sanità, previdenza, l’asilo nido) ed elementi quali la formazione da fornire ai dipendenti”. Concetto che in realtà “è già stato elaborato nei primi anni Duemila, ma le aziende ancora non hanno portato a pieno nella loro strategia”. Un “peccato, perché così si perde anche il valore che si crea in azienda: ora come ora, proprio per la necessità di trattenere i talenti, è fondamentale rappresentare al meglio quel che un’azienda fa in ambito di welfare”. Una ulteriore complicazione deriva dalla varietà della popolazione aziendale, per fasce di età, genere culture. Per Seacombe “il concetto di “categoria omogenea”, tipico del welfare, sta sempre più stretto: non c’è più una categoria unica di dipendenti, non si può fare un’offerta che soddisfi tutti”. La costruzione di pacchetti “flessibili" è fondamentale, ma “quando si introduce discrezionalità si rischia di creare disomogeneità. Questi aspetti vanno governati dalle aziende, perché sono l’unico modo per massimizzare la soddisfazione dei dipendenti”. Una proposta di Seacombe, che chiarisce quest’aspetto, riguarda l’ambito previdenziale: “I contributi ai fondi pensione stanno diventando, in alcuni Paesi esteri, un elemento “attivo” della strategia retributiva e non più “passivo” come lo consideriamo noi. Le donne subiscono un doppio danno dal gap retributivo: oggi sullo stipendio e domani sulle pensioni. Perché allora non immaginare una diversificazione dei contributi al fondo pensione, per aggiustare questi effetti distorsivi? Le aziende potrebbero così incidere sul gender gap non solo di oggi, ma anche del futuro, differenziando i contributi ai fondi pensione”.
Crespi (Sea): “Significato, riconoscimento, stimoli e trasparenze. Le leve per far star bene i dipendenti”
Affrontare la “retention”, ovvero trattenere i lavoratori in azienda “è sempre più prioritario”, dice Massimiliano Crespi, Chief People and Supply Officer SEA MILAN AIRPORTS. Quattro le leve indicate “per arginare il fenomeno non solo delle dimissioni, ma del quiet quitting ovvero il ‘disingaggio dolce’ dal proprio lavoro”, suggerisce il manager. “La prima è il “significato”: occorre che il lavoro abbia un senso, che sia percepito dalle persone come un valore. E questo vale per tutte le generazioni, ancor più per la next generation”. La seconda leva è il “riconoscimento – aggiunge Crespi – Ciascuno vuole che l’azienda e i colleghi l’apprezzino, per altro in modo distintivo e non standardizzato: offrire visibilità alle persone, sia all’interno dell’azienda e quindi verso il top management, ma anche all’esterno come rete di relazioni, è fondamentale”. Terza parola: “Ambiente stimolante dal punto di vista intellettuale. Le persone rinunciano a proposte di lavoro alternative se hanno un ambiente stimolante. Ciò significa migliorare i processi di recruiting e di talent management, quindi la gestione interna: le aziende devono molto migliorare su questi aspetti”. La quarta leva è la “trasparenza. Tutti devono avere diritto di conoscere i razionali delle decisioni interne: è la base per l’equità, che occupa i primi posti delle azioni di miglioramento che ci chiedono le nostre persone”, chiude Crespi. Su tutto, la leva fondamentale è però quella “della fiducia: è il collante delle organizzazioni. La estrai quando c’è riconoscimento delle competenze, a partire dal quale si costruisce un rapporto che continua con la libertà e l’autonomia”.
Ghilardi (A2a): “Cosa fare per i giovani? Stipendi più alti, no a stage extracurriculari ed educazione finanziaria”
Un problema fondamentale – dice Mauro ghilardi di A2A – è che “mancano i numeri” su quanto guadagnano oggi i giovani. “Non esiste una indagine retributiva che dicono quanto vengono pagati in media”. Che cosa possono fare le aziende? “Potrebbero cominciare a pagarli bene, non fare stage extracurriculari e fare educazione finanziaria”
Rosina: “All’estero i giovani in attacco, da noi in panchina”
“In Italia i giovani li consideriamo figli singoli da proteggere con la ricchezza privata delle famiglia. Mentre all’estero sono risorsa per collettiva, su cui è produttivo investire. C’è un investimento collettivo, non sono singoli da proteggere”, dice il docente di demografia Alessandro Rosina, spiegando che “gli altri paesi mettono i giovani in attacco, noi li mettiamo in panchina. Non li consideriamo mai sufficientemente pronti”.
Sabbadini: “Strategia, immigrati, nuova cultura politica”. La ricetta contro la denatalità
“Dotarsi di un’azione di sistema: donne e giovani non percepiscono un tracciato organico dello Stato, di cui ci si possa fidare: ciò genera incertezza sul futuro, che è l’aspetto più importante nella scelta di avere figli. Una strategia per gli immigrati, senza i quali non è possibile riconfigurare la struttura della nostra popolazione: una strategia che si accompagni con politiche di integrazione e modelli migratori di tipo “diffuso”, che permettano un assorbimento sociale senza che questo crei particolari tensioni sociali. Cambiare l’atteggiamento culturale della politica: non possiamo avere governi che pensano solo ai due anni successivi, senza mettere in atto politiche strutturali su nessun fronte”. Le tre urgenze per affrontare la denatalità, secondo Sabbadini.
Salvatori (Crédit Agricole): “Servizi, sostegno e cambio culturale: il ruolo delle aziende”
“L’emergenza demografica descritta da Linda Laura Sabbadini evidenzia il ruolo che un’impresa può avere negli aspetti sociali”, ragiona Antonella Salvatori, Responsabile Risorse Umane di Gruppo, Crédit Agricole Italia . “Una strategia pubblica è imprescindibile, ma dalle imprese possono arrivare le azioni concrete più attuali e di rapida realizzazione”. Tre gli assi di intervento sul privato: “Servizi, sostegno e cambio culturale”. Nel caso dell’istituto, ha spiegato Salvatori, il supporto alla genitorialità passa per esempio da congedi parentali di 28 giorni, con retribuzione al 100%, per i neo-papà. “Non è solo un fatto etico, ma anche di sostenibilità aziendale: sia le donne che gli uomini sono coinvolti nell’impegno familiare”. Nel senso del sostegno è previsto un bonus da 1000 euro a bambino e quello degli asili: “Ne abbiamo realizzato uno a Parma, nella nostra sede centrale, ma essendo presenti sul territorio e conoscendo le difficoltà dei nostri genitori abbiamo aderito a un progetto di nidi diffusi sul territorio per facilitare i nostri genitori nell’inserimento”. L’intento è “costruire un ruolo centrale per la donna nel mondo del lavoro: troppo spesso le donne non si sentono sostenute, non hanno servizi sufficienti per affrontare la vita lavorativa”. Cultura che si costruisce, dunque, “con una equa distribuzione di genere in azienda: per fine anno raggiungeremo il traguardo del 40% delle posizioni manageriali affidate a donne, a partire dai livelli più alti. La presenza delle donne a livello manageriale accelera la trasformazione, rende le esigenze delle donne più centrali nella vita delle aziende. Ed è un aspetto che attira i giovani”.
Sabbadini: “Denatalità figlia di cinquant’anni di assenza di strategia. Donne e giovani dimenticati”
Per la statistica Linda Laura Sabbadini la denatalità di oggi è frutto di “non esserci dotati per 50 anni di una strategia che permettesse lo sviluppo dell’occupazione femminile e l’indipendenza economica delle donne; e insieme dell’autonomia e dell’indipendenza dei giovani. Dovevano essere due punti chiave di adeguate politiche sociali, ma si sono ridotte ad annunci di interventi che si sono trasformati in pochi spiccioli a disposizione, che cambiavano a ogni cambio di governo”. Un esempio: “La legge sui nidi pubblici risale al 1971, ma oggi solo il 15% dei bimbi italiani li può frequentare”. O ancora: “Il congedo di paternità a dieci giorni è una iniziativa simbolica, non si può certo incidere realmente sulla condivisione dei carichi familiari”. Così, è la diagnosi di Sabbadini, non si è affrontato il problema della rigidità della vita sociale, del mondo del lavoro, dell’organizzazione dei servizi, della divisione dei ruoli nella coppia” che caratterizza il sistema italiano. “Quando la Francia si è posta quei problemi – aggiunge Sabbadini – ha adottato misure che facessero crescere l’occupazione femminile: infatti sono al 67%, e noi fermi al 53%, ultimi in Europa. Ha sviluppato servizi, il sistema dei congedi, il sostegno al costo dei figli. Si è dotata di una strategia, noi no e abbiamo abbandonato il terreno dello sviluppo dell’occupazione femminile e dell’indipendenza dei giovani”.
Sabbadini: “Il problema demografico è ormai strutturale. Abbiamo innescato un circolo vizioso”
“Dal 1977, ultimo anno in cui abbiamo registrato 2,1 figli per donna che è il minimo per cui la popolazione si ‘rinnovi’, la denatalità italiana è diventata un problema strutturale – dice Linda Laura Sabbadini, statistica ed editorialista di Repubblica – ad A&F Live – Uno degli effetti fondamentali della bassa fecondità permanente non è il semplice calo delle nascite, ma che questo provoca a sua volte un numero di donne potenzialmente con figli sempre minore. Si è creato un vero e proprio circolo vizioso che dalla bassa natalità ha portato a un basso numero di donne che possono avere figli e quindi a un minor numero di nascite”. Il parallelo con la Francia è impietoso: “Nel 1977 eravamo in una condizione simile, per popolazione e tasso di fecondità. Oggi la Francia non ha solo un tasso di fecondità più alto – noi siamo al minimo storico di 1,18 figli per donna, la Francia a 1,66 – La grande differenza è che hanno 7 milioni di giovani in più, che significa molto in termini di rapporto tra popolazione in età lavorativa e quella che invecchia”.
Dalmasso (Satispay): “Welfare sempre più utilizzato per garantirsi una sicurezza futura”
“Che cosa vogliono i giovani dal welfare? Chi ha figli lo utilizza soprattutto per coprire il costo degli asili o delle scuole. In generale, in passato vedevo riversare il welfare aziendale sul wellbeing , come palestre e concerti, mentre oggi sto percependo tanta voglia di garantirsi una sicurezza futura, con il trasferimento delle somme a fondi pensioni. Le coperture sanitarie restano comunque il benefit più apprezzato, soprattutto se l’assicurazione può essere estesa al nucleo familiare”.
Dalmasso (Satispay): “Il sistema pubblico non ce la fa da solo, ha bisogno del privato”
“Il sistema pubblico non ce la fa da solo, ha bisogno del privato. È inevitabile che le aziende siano sempre più chiamate a dare un grande contributo e che lo Stato le solleciti con forme di fiscalità agevolata. O si coinvolgono le aziende, o non saremo in grado di coprire tutte le necessità dei futuri pensionati. Senza sistemi di welfare aziendale o senza fondi pensione i giovani saranno sempre meno in grado di sostenere loro stessi e i loro genitori più avanti, nel momento del bisogno”.
Lo afferma Alberto Dalmasso, ceo e cofondatore di Satispay, durante i lavori di A&F Live welfare in corso a Palazzo dei Giureconsulti e in diretta sul sito di Repubblica.
Monacelli (Generali It): “Con welfare aziende sono primo intermediario di salute dopo Ssn”
“Un tempo quando si parlava di welfare si pensava solo a quello pubblico. Oggi, invece, il welfare privato ha preso una posizione di fondamentale importanza nella nostra società. Un’importante maggioranza delle Pmi italiane ha strumenti più o meno evoluti e c’è un aggiornamento dei sistemi di welfare aziendali. Le società stanno diventando primo intermediario di salute dopo il servizio sanitario nazionale. Circa la metà degli italiani può essere raggiunta dai sistemi di welfare privati, che non offrono solo servizi sanitari, ma anche di genitorialità, legati all’ecologia e molto altro. C’è una grande varietà”.
Lo afferma Massimo Monacelli, general manager di Generali Italia, durante i lavori di A&F Live welfare in corso a Palazzo dei Giureconsulti e in diretta sul sito di Repubblica .
Monacelli (Generali It): “Dobbiamo fare scelte previdenziali giuste in società che cambia”
“La nostra società sta cambiando. La proporzione tra persone attive e non attive si sta spostando verso quelle non attive, un elemento di potenziale crisi per il nostro sistema: andremo in pensione un po’ più tardi, con assegni meno corposi e vivremo di più. Ci sarà anche un aumento di necessità di cure sanitarie con l’allungarsi dell’aspettativa di vita. E ancora, la famiglia italiana, che ha sempre svolto un ruolo di rete sociale, cambia, con sempre più famiglie composte una sola persona. Dobbiamo guardare a cambiamento socioeconomico preoccupandoci: non è una tempesta perfetta ma è bene che oggi facciamo le scelte giuste”.
Lo afferma Massimo Monacelli, general manager di Generali Italia, durante i lavori di A&F Live welfare in corso a Palazzo dei Giureconsulti e in diretta sul sito di Repubblica .
Valente (Caritas): “La povertà è multidimensionale, servono interventi universali”
“Oggi la povertà è multidimensionale, più complessa che in passato. Non c’è solo la povertà materiale, economica, ma anche quella di tipo relazionale, sanitaria, energetica, legata alla propria situazione giuridica, come avere o no la cittadinanza per la parte straniera della nostra popolazione. Nella povertà sanitaria va considerata anche la salute mentale, che potrebbe aumentare o essere addirittura causa di altre forme di povertà, come quella lavorativa o sociale. Più dimensioni che si concentrano nella storia di una persona e che vanno affrontate nel loro complesso”.
Lo afferma Paolo Valente, vicedirettore della Caritas Italiana, durante i lavori di A&F Live welfare.
“Gli interventi – riprende Valente – funzionano se universali, non legati solo ad alcune categorie. Ma soprattutto per noi è fondamentale la mobilitazione della comunità e della rete sociale, dove può nascere la risposta per affrontare la povertà assoluta”.
Valente (Caritas): “In Italia i veri poveri assoluti sono i minori”
“I poveri assoluti in Italia sono soprattutto i minori, quasi il 14% degli under 18 vivono in questa situazione. Il paradosso che viviamo è che abbiamo un problema di denatalità e proprio famiglie più numerose, che contribuiscono alla natalità, risultano più svantaggiate: non parlo di famiglie con 10 figli, ma di quelle con due o tre e che prevalgono tra le categorie di persone che vivono nella povertà assoluta”.
Lo afferma Paolo Valente, vicedirettore della Caritas Italiana, aggiungendo che “la povertà assoluta si concentra tra le persone meno istruite, nel centro sud, anche se nel nord è raddoppiata, e poi tra i cittadini stranieri, per cui la percentuale di persone in questa situazione sale dal 9,8% medio a oltre il 30%”.
Valente (Caritas): “C’è una forma di ereditarietà della povertà”
“In Italia la mobilità sociale è molto scarsa, c’è una forma di ereditarietà della povertà, come per i patrimoni”, prosegue Paolo Valente, vicedirettore della Caritas Italiana. “Chi eredita nulla, parte da nulla e molto spesso rimane nel nulla”.
Valente (Caritas): “Spesa assistenziale non copre veri bisogni generati da povertà”
“Nel 2007 la popolazione in condizione di povertà assoluta in Italia era il 4,1% del totale, oggi siamo al 9,8%. Al contempo, dal 2008 la spesa assistenziale è raddoppiata, raggiungendo 180 miliardi di euro, per la maggior parte dedicati alla previdenza. Questo è indice di una società come la nostra che invecchia, dove gli anziani però sono maggiormente coperti dal nostro sistema e la povertà si concentra tra i più giovani. La spesa assistenziale, dunque, non va a coprire, se non in minima parte, i bisogni generati dalla povertà assoluta”.
Lo afferma Paolo Valente, vicedirettore della Caritas Italiana, aprendo i lavori di A&F Live welfare in corso a Palazzo dei Giureconsulti e in diretta sul sito di Repubblica .
Fonte principale: Repubblica Ita Local