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“Il mio amico scozzese Jack e la magia di Bari che svanisce all’ennesima Peroni sul chiringuito”

4 gennaio 2026 di
“Il mio amico scozzese Jack e la magia di Bari che svanisce all’ennesima Peroni sul chiringuito”
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“Il mio amico scozzese Jack e la magia di Bari che svanisce all’ennesima Peroni sul chiringuito”

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Notizia relativa a Bari, pubblicata il 04/01/2026 13:00.

P rima di collassare. Prima di vomitare scorie di vino rosso nel bagno di un locale di Carrassi, lo chiameremo Jack, sì, il mio amico Jack, un pallido anglosassone, raggiunge il picco di lucidità che dona l’alcol prima del disastro, e riesce a farmi sentire un fesso in poche, precisissime parole: «You gotta live. You gotta gain experience out of books. You gotta travel more, eh, mate?». E stop. Lo ritrovo tre quarti d’ora dopo a collo in giù nel lavandino, che si rivolta fuori nelle viscere. Uno spettacolo autentico di vera ubriachezza scozzese, come lo fanno loro.

Ha bevuto una quantità infernale di vino prima di arrivare e ora continua a bere, continuiamo, su questo tavolino di Carrassi dove io spendo la vita a consumarmi. Oggi è il suo compleanno, ne compie trentasette, insegna qui da tre. Lo festeggiamo insieme, insieme ai sedici anni di età che ci dividono. Ho conosciuto Jack un paio d’anni fa, pochi metri qui accanto. Ero con un amico dell’Umbertino che se n’è scappato a Roma, Jack ci ha presi, abbiamo fatto amicizia come di solito a Bari non ti succede, ovvero parlando con persone che forse non rivedrai mai più. Durante la nostra prima conversazione, al tavolo di quel bar dismesso in una bolgia di Erasmus annoiati e ostentatamente su di giri, cercavo di capire che diamine ci facesse uno scozzese nella mia città, che di solito accoglie i russi e i loro dobloni ortodossi, gli slavi, recentemente gli americani e il mondo intero, ma mai per più di tre giorni.

Questo scoppiato invece dice insegna Here, I’ve been teachin’ here dice, It’s nice, you know, a bit small but lovely, I’m actually from * * * e inserisco asterischi non per pudore ma perché i nordici (i gallesi, gli scozzesi, gli irlandesi) hanno questa bellezza che è una lingua tutta loro, autonoma, e la difendono dall’Inghilterra imperialista con i denti, e che però rimane irriproducibile per qualunque orecchio mediterraneo. Viene da un village di poche anime ha girato il mondo intero e ora insegna la sua lingua a qualche figlio di notaio o di salumaio che sogna certificazioni per forse bucarsi in vena in un arrondissement, Via da questa Bari provinciale, ma con stile, Toujours. Questo è Jack: un calascione di quasi due metri, professore di inglese in una scuola privata di Poggiofranco. Anni fa era sconvolgente, oggi, duemilaventisei, è quasi prassi che la gente voglia vivere a Bari.

Torniamo allo sbratto. A prima dello sbratto. Lo conosco da un po’ e ho visto col tempo il suo entusiasmo calare nei confronti della city: diciamo la verità, se sono andato a festeggiare questi trentasette anni, e siamo soli, io e lui, da soli nella notte arancio di Carrassi, è perché so bene che non lo rivedrò. Vuole andarsene, me l’ha reso ben chiaro, e io ci provo, tenerone, inevitabilmente affezionatomi a sta ‘ndramalonga bianca, a convincerlo del contrario: «C’mon man you can still experience A LOT of things staying here, look, look at us for example, just enjoying our drinks and chilling on the streets, this beautiful weather, c’mon, what’s not to like?»

Il punto è che facc io finta di non capirlo e tento di raggirarlo con frasi fatte in un inglese forzato. Jack mi ha reso molto chiaro che la magia svanisce all’ennesima Peroni sul chiringuito, e io a bocca aperta, convinto che bastasse il panorama instagrammabile del 24 a renderci all’altezza di questa neofama piombataci addosso. Divento patriottico, mi inalbero. E quando cerco di controbattere, di dirgli che la città cambia, che la gente torna, che siamo pieni di cose da fare, mi guarda con l’occhio chiaro e ubriaco: «I wanna listen to some live music, different live music everynight, I wanna dance, people here, they don’t dance, I wanna be able to choose what to do with my own free time, this… I can’t do this here. I’m sorry mate». Prima, o dopo lo sbratto? La verità è che queste parole sono cheap, io e lui siamo cheap, gli archetipi di una storiella di evasione nella bigger city, e in fondo, in fondo, a me c me n frec.

Sto così bene a Bari, gliel’ho detto. No, sono le altre, quelle vere, le dolorose, che ha detto prima di vomitare, che mi fanno male, che mi fanno bollire mentre lui scava nelle viscere: «You gotta live». Mentre lui vomita, io penso: pochi anni fa volevo andare via, carburato dall’odio, ero lui? No, ero un altro: lui non è carburato, lui è un wonderer, ha vissuto in ogni luogo e non si è mai stabilizzato, Cina, Arizona, però lui vive, Jack si muove, ha il coraggio di dire basta quando la vita è in stasi, e quando mi dice Vivi!, nel suo inglese, prima di sbrattare, e quando io penso che ora a Bari ci sto così bene, che è successo? Jack ha svelato il trucco: star bene qui significa invecchiare.

Lui compie trentasette anni, ma non invecchia. Io non mi muovo, e se mi muovo è controvoglia, e più appassisco più rinvigorisce il nuovo amore per la mia città: mi è chiaro, lui vomita, vomitasse, ha svelato la precondizione per amarla: non muoversi. Dire di avere visto, e rimestare. Nutrirsi delle strade di ogni giorno. Starci spaurito, ora che tutti accorrono a glorificarla. Sempre più fermo. Ogni anno che passa, ogni turista che arriva, ogni peroni stappata. Questa città si nutre della stasi. Jack l’ha capito: la chiave di Bari è che il tempo non passa.

Fonte principale: RepubblicaBariLocal

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