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Aggiornamento - Figaro e manicure, a Bari sotto corso Vittorio Emanuele c’era il Diurno: “Un angolo di paradiso”

4 gennaio 2026 di
Aggiornamento - Figaro e manicure, a Bari sotto corso Vittorio Emanuele c’era il Diurno: “Un angolo di paradiso”
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Figaro e manicure, a Bari sotto corso Vittorio Emanuele c’era il Diurno: “Un angolo di paradiso”

Aggiornamento delle ore 08:16.

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Notizia relativa a Bari, pubblicata il 04/01/2026 13:00.

La penuria di gabinetti pubblici nelle piazze baresi dell’ultraturismo ha suggerito a qualcuno di trasformare in latrina di lusso un sottano, non potendo farne un b&b. Altri invece sono stati assaliti dai ricordi dei genitori e dei nonni che raccontavano del famoso Albergo diurno su corso Vittorio Emanuele II. Nel 2015, dopo il restauro dello stemma civico che campeggiava sulla scalinata, recuperato in una aiuola per iniziativa di Vito Leccese (all’epoca capo di gabinetto del sindaco), l’assessore alle Culture, Silvio Maselli , si era arrischiato a ipotizzare un recupero dei locali per farne un caffè letterario. Ma del Diurno non rimaneva ormai che la balaustra in pietra, parcheggiata nel piazzale antistante lo stadio della Vittoria. Tutto il resto è invece andato distrutto nel 2002, con l’approvazione da parte della soprintendenza ai Beni architettonici.

Fu la giunta Di Cagno Abbrescia a riempire di macerie le stanze e il salone del Diurno, dopo un fallimentare tentativo di gestione privata nel 1983 con sauna, solarium e massaggi shatsu, seguito a una costosa ristrutturazione. Che un tempo fosse stato un bel posto, non c’è dubbio: «Non un asilo di comodità è stato eretto sotto il viale del corso, ma un angolo di Paradiso in cui una celeste sinfonia di colori e di delizie può assecondare le esigenze di un pubblico vario ed eterogeneo». Cosi scrive il cronista della Gazzetta riferendo della inaugurazione, una delle tante avvenute il 28 gennaio 1929, giornata di festa del regime fascista.

E d’altronde ci sono tutti — federali e ufficiali e gran dame e monsignori — a magnificare l’impresa di Oreste Lauretti e dei suoi soci (già proprietari e gestori del Diurno nella piazza della stazione Centrale) che si sono affidati alla matita di Saverio Dioguardi, l’architetto più noto e più potente in città.

Un fascio littorio sull’ingresso dell’albergo diurno potrebbe apparire irriguardoso: meglio di no, piuttosto una sfera di pietra. Ma non è questo l’unico ostacolo politico che incontra il progetto di Saverio Dioguardi per quell’architettura sotterranea. Sensibile al gusto del pubblico, Dioguardi mette da parte le personali inclinazioni moderne (come confesserà nel 1932) e allestisce i locali in stile Art Decò, decadente rappresentazione del Novismo, per ottenere un’atmosfera più vicina al mondo borghese di Pitigrilli che non a quello dannunziano. Una doppia balaustra semicircolare di pietra calcarea con pannelli di marmo verdone dolomitico: sontuoso ingresso che attraverso una doppia rampa di gradini portava ai locali sotterranei. E si apriva un mondo elegante, lì sotto, con le decorazioni di Marcello Prayer . Nella luce soffusa che proveniva dal soffitto vetrato c’erano i bagni, le docce, gli atelier del coiffeur pour dame e del figaro per i signori, la profumeria in subappalto alla Rinascente. C’erano la manicure e il callista e c’era il lustrascarpe.

Si aspettava conversando o leggendo il giornale, seduti sulle poltrone semoventi realizzate dall’ebanista Francesco Rega, nel salone centrale dominato dalla cassiera e, alle sue spalle, dal listino prezzi: doccia con o senza asciugamano. Anche il sapone era un extra, nel prezzario. Ma i clienti lo sceglievano volentieri: andare al Diurno era una buona abitudine per la borghesia barese che sentiva ormai tutto il disagio delle abitazioni del Murattiano, assai spesso prive di bagni, ancorché di recente costruzione.

Nulla a che fare, nell’estetica, con il Liberty (che i baresi vedono dappertutto). Anzi, lo spazio suggerisce al cronista addirittura una impennata futurista: «Aria calda, vapore acqueo, fluidi elettrici, ronzii di motori, lievi sibili di sirene prendono sostanza di seduzione comandati da una sconosciuta potenza che ha appreso nelle metropoli tentacolari l’arte di confortare l’umanità nei suoi bisogni quotidiani, a poco prezzo e in una cerchia di grazia e di ricchezza». Ma dietro la propaganda di regime si nasconde uno scontro di potere che veniva combattuto senza esclusione di colpi. Grazie alle ricerche dello storico Mauro Scionti sappiamo che, a lavori già avviati, il 6 marzo 1928 il segretario del Sindacato fascista ingegneri, Vincenzo Rizzi (l’autore del futuro grattacielo Motta, all’angolo di corso Vittorio Emanuele con corso Cavour), aveva contestato all’architetto Dioguardi la direzione lavori di una struttura in cui si faceva largo uso del cemento armato. Il giorno dopo, Dioguardi si presenta davanti alla “Commissione per i cementi armati” avvertendo che se la sua «difesa» non fosse stata accolta avrebbe fatto pressioni sul prefetto e sul sindacato nazionale. A risolvere il duello provvide il costruttore, Vito Rico, il quale affidò la direzione dei lavori all’ingegnere De Paolis, dell’Ufficio tecnico comunale. Un incarico privato che veniva assegnato a un funzionario pubblico: procedura legittima per quanto discutibile, per un dipendente al quale spettano compiti di controllo e tutela.

Fonte principale: RepubblicaBariLocal

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