Antonella Mastrorocco, vita da precaria: «Dieci anni di ricerca, poi contratto scaduto: ho lasciato l'università di Bari per ricominciare altrove»
Aggiornamento delle ore 20:47.

Notizia relativa a Bari, pubblicata il 01/01/2026 13:00.
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Il racconto di una biologa di Cassano delle Murge (Bari). «Ho lasciato la mia città, lavorerò in un istituto medico. La precarietà è devastante, siamo persone, non curriculum»
Antonella Mastrorocco, 33 anni, biologa originaria di Cassano delle Murge, ha investito dieci anni nella ricerca accademica. Il suo contratto scade a gennaio. È tra gli oltre 150 firmatari dell’appello rivolto all’Università di Bari per chiedere risposte sul futuro di ricercatori e ricercatrici . Dopo tanti sacrifici ha deciso di lasciare il mondo accademico e la Puglia per scrivere un nuovo capitolo nel mondo lavorativo.
Mastrorocco, partiamo dall’inizio. Qual è la sua esperienza? «Mi sono laureata in Scienze biologiche all’Università di Bari e poi ho proseguito con la magistrale in Scienze biosanitarie. Ho intrapreso un dottorato di ricerca in genomica e proteomica funzionale applicata, presso il dipartimento di Bioscienze, biotecnologie e ambiente. Durante i tre anni sono stata anche a Pisa e in Olanda, a Utrecht. È stato molto formativo».
E dopo il dottorato? «Nel 2020 ho ottenuto un assegno di ricerca all’Università di Teramo. Nel gennaio 2022 ho vinto il concorso da ricercatrice a tempo determinato (di tipo A) a Bari. Il contratto è durato tre anni ed è scaduto a gennaio 2025. Mi sono occupata di biologia e biotecnologie della riproduzione. Ho lavorato molto sul legame tra fattori ambientali e infertilità femminile, collaborando anche con cliniche di procreazione medicalmente assistita, in Italia e all’estero».
Poi? «Ho partecipato a un bando legato a un progetto di ricerca finanziato dal Pnrr e ho vinto un assegno di ricerca annuale, iniziato il 17 gennaio 2025 e in scadenza a gennaio 2026, senza possibilità di proroga».
Quindi come si è regolata? «Ho vinto un bando per un contratto di collaborazione in un Irccs, un istituto di ricovero e cura a carattere scientifico, fuori dal mondo accademico e in un’altra regione. Continuerò a fare ricerca, ma non all’interno dell’università. Sarà una sfida enorme, anche perché cambio completamente settore: passerò dalla biologia della riproduzione all’oncologia pediatrica».
Fa paura ricominciare da capo? «Sì. Mi chiedo se sarò all’altezza, se mi piacerà, se riuscirò a reinventarmi. Ma arriva un momento in cui devi scegliere se restare ferma o andare avanti. Ho 33 anni, voglio costruirmi un futuro».
Che impatto ha questa precarietà sulla vita di un ricercatore? «È devastante. Psicologicamente è molto pesante. Ti senti dequalificata, demotivata, come se tutto quello che hai fatto non bastasse mai. Prima di tutto siamo persone, non solo curriculum. Cambiare settore o uscire dall’accademia non è semplice, perché si è ultraspecializzati e il mondo delle aziende spesso non sa come inquadrarci».
Cosa dovrebbe fare l’università? «Servirebbe una presa di posizione più netta. Capisco i vincoli di bilancio, ma servono scelte politiche chiare. In altri atenei i rettori hanno difeso apertamente i colleghi. Qui vedo ascolto, sì, ma poche azioni concrete. Personalmente mi sono sentita lasciata sola. L’università ha investito su di me e sulla mia formazione. Persino durante un colloquio recente mi è stato chiesto come fosse possibile che, dopo tutto questo lavoro, mi lasciassero andare».
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31 dicembre 2025 ( modifica il 31 dicembre 2025 | 08:49)
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Fonte principale: CorriereBariLocal